La relazione di libertà è qualcosa di più e qualcosa di diverso dalla semplice libertà nella relazione.
L’idea-chiave della relazione di libertà si può esprimere con la frase: "la mia libertà inizia dove
inizia quella degli altri".
Quest’idea sembra molto difficile da rappresentare, così come le relazioni sociali in generale. Perché?
- le relazioni ci sono, ma non si vedono
- le relazioni sociali non sono fisse. Il disegno le fissa, e facendo questo le tradisce. Come disegnare le relazioni di libertà senza farle sembrare strutturali e proprietà non del sistema complessivo, ma degli elementi che ne fanno parte? Se si potessero fotografare le relazioni di libertà come si fotografano i fiori, non vedremmo mai i fiori aperti. La relazione di libertà si vede nel momento stesso in cui si forma, e nel suo continuare a formarsi; quando la relazione di libertà è più forte delle individualità dal cui incontro nasce, quando assume vita propria... muore, perché supera le persone concrete che la fanno nascere. La relazione di libertà assomiglia alla creazione artistica, che dura il tempo che l’opera si separi da chi la produce, e poi non è più "creazione" in senso stretto, anzi si muta in una forma di estraniamento
- le relazioni sociali sono composite. Qualcuno, la cosiddetta scuola di Palo Alto, parla della società come "un insieme di inter-retro-azioni". E come si disegna un insieme di "inter-retro-azioni"?
Per visualizzare le relazioni, si usano spesso linee, o frecce. Ma queste linee o frecce sono fisse, orientate, e di solito in numero limitato. Un’altra forma grafica usata è il labirinto, entità coerente vista da fuori, ma di cui sappiamo di solito anche, per via non grafica, che è "labirintica", rizomatica, vista da dentro. Una struttura grafica simile è il reticolo, ma non la rete che nella scultura barocca rappresenta l’inganno che fa l’uomo prigioniero; piuttosto la rete di Internet, o altri schemi tanto fitti di collegamenti e di nodi diversi solo per posizione, che percepiamo che non ci viene proposto con il messaggio grafico né un punto di inizio né un punto di fine. L’anello di Moebius, quello che rappresenta l’infinito, non è uno di questi segni, perchè è vero che non ha inizio né fine, ma in qualunque punto ci si trovi, si può andare solo avanti o indietro; e non c’è la possibilità di smarrimento che viene dalla complessità.
A pensarci, sarebbe la complessità, il quasi-disordine, il forse-disordine, che unisce smarrimento e libertà. L’uno è caos senza rimedio e mi dà paura; l’altra è l’ordine che davvero sento mio, momento per momento, e che non intendo confondere con forme di ordine non mio, non create da me e da quello che io chiamo "noi". Uno speciale ordine a me esterno è quello che viene generalmente attribuito a qualcosa che qualcuno chiama "Società". Di solito i fautori di questo ordine della "Società" pretendono sia da un punto di vista concettuale che con la forza, che questa sia anche "superiore" a quello che io sento e creo; e qui inizia la mia rassegnazione, o la mia lotta.
Posso non accettare la trasformazione della "società", insieme di relazioni, mia esperienza umana, in "Società" con la esse maiuscola, entità sovrumana e superpotente.
Posso anzi pensare che la seconda non sia che una divinizzazione della prima.
Un pensatore non anarchico, Georg Simmel, mette bene in luce la delicatezza della questione: <<la società, è l’universale, senza il suo carattere astratto>>. Facile allora scambiarla per qualcosa di astratto!
Il culto della "Società", è un’ideologia talmente diffusa che rappresenta forse non l’inganno di una classe borghese, non il risultato di una generale tendenza umana alla simbolizzazione, ma addirittura una questione di carattere cognitivo.
Visto che siamo in grado di giungere per induzione all’esistenza della "Società", siamo anche in grado di vedere che è una nostra induzione? In un mondo in cui c’è chi si preoccupa di dire "lo stato siamo noi", qualcuno si ricorderà di specificare che "la società siamo noi" e incidentalmente, non quello stato che sempre parla in suo nome?
*"Simbolo" è in semiologia ( = la riflessione sui segni), un segnale ( = indice prodotto con il preciso intento di comunicare , dove indice = un elemento che ne indica un altro) che pone un rapporto analogico, costante in una certa cultura, con l’elemento a cui si riferisce).